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14.11.12

Lorenzo Lotto e Mario Vespasiani arte La quarta dimensione



Quando l'arte contemporanea dialoga con l'arte del passato

La quarta dimensione nella pittura di Lorenzo Lotto e Mario Vespasiani 

Luoghi: Chiesa di Sant'Agostino - Fermo Chiesa di Santa Maria in Telusiano - Monte San Giusto (MC) Chiesa di Santa Maria di Piazza - Mogliano (MC)

Tre sedi espositive, un progetto itinerante, presentato questa estate (dal 30 giugno al 16 settembre 2012), un giovane artista ed uno dei più grandi della storia della pittura, otto grandi dipinti e tre pale d'altare per richiamare ad un dinamismo mentale e corporale. Questa è "La quarta dimensione nella pittura" dove Mario Vespasiani si mette in dialogo con le opere di Lorenzo Lotto presenti in alcuni prestigiosi luoghi di culto nella diocesi fermana. A tre grandi capolavori, quali la Crocifissione di Monte San Giusto, la Madonna in Gloria col Bambino di Mogliano e la Madonna in Gloria coi santi Girolamo e Andrea commissionata per la chiesa di Sant'Agostino di Fermo (sostituita nei primi dell'800 con una pregevole copia, è conservata a Roma in una collezione privata), si affiancano per la prima volta le intuizioni di un artista contemporaneo, il quale mettendo in risalto il solo primo piano del volto di alcuni soggetti, attraverso il coinvolgimento di persone reali che hanno posato in studio, restituisce quegli stati d'animo dei protagonisti che nell'opera di Lotto fanno parte di una più articolata composizione. Otto opere di formato ottagonale, innumerevoli cortocircuiti visivi, un solo presente, quello dell'individuo nelle sue espressioni ed emozioni più intense.

Lorenzo Lotto: nato a Venezia nel 1480, è uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano; riuscì a interpretare in modo impareggiabile la pietas e il sentimentalismo della devozione popolare coniugandoli con elementi stilistici moderni, anticipatori del Manierismo e del Barocco. Ha scardinato i codici della ritrattistica tradizionale, trasformandola in un dialogo con lo spettatore.

Mario Vespasiani: nato nel Piceno nel 1978, è uno dei pittori più interessanti della nuova scena artistica italiana, le sue opere adottano un linguaggio simbolico teso a cogliere l'essenza di ciò che accade. La sua ricerca si rivolge a quel sentimento spirituale per diventare trasmissione dei moti dell'anima. Indaga i tratti del volto umano per rendere la vibrazione della presenza vitale.

Il progetto "Quarta dimensione"
La serie di mostre denominate “La quarta dimensione” nascono a partire dal 2008, a dieci anni dalla prima personale di Mario Vespasiani, il quale cercando un dialogo con alcuni grandi maestri dell'arte italiana a lui particolarmente vicini, avverte l'esigenza di affiancare fisicamente certi capolavori alle sue ultime intuizioni, ma anche per la volontà di proporre al pubblico - sotto un'altra luce - le ricchezze presenti nel territorio dove vive e lavora. Il primo evento avvenne nel 2008 con Mario Schifano (in occasione del decennale della scomparsa) mettendo in risalto il colore e il gesto pittorico che contraddistinguevano il procedere istintivo dei due autori, per l'approccio grintoso e per la carica vitale e mai prevedibile della pittura. Nel 2010 presso la Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Ascoli Piceno (in concomitanza con la grande mostra di Torino che celebrava in maniera completa l'opera del maestro di Monte Vidon Corrado) le opere di Vespasiani sempre meno figurative si affiancarono all'astrattismo lirico di Osvaldo Licini specie nei volti e nei paesaggi, fornendo una panoramica del tratto pittorico che maturando raggiunge soluzioni stilistiche più evanescenti ed essenziali. Risulta chiaro come le influenze e i maggiori stimoli nell'opera di Vespasiani provenienti dalla pittura nordica si siano focalizzati lungo quella linea adriatica che da Venezia arriva alle Marche e se nei suoi lavori si percepiscono gli insegnamenti dei grandi paesaggisti del nord Europa come Turner e Friedrich, come del simbolista Redon, conservando la carica vibrante dei divisionisti e quella gestuale degli espressionisti astratti, rimane fondamentale l'impronta della scuola tonale veneta, che soprattutto con Giorgione e Tiepolo esalta un procedere che non ha più la chiave di lettura nel disegno quanto nel timbro del colore. Su questa linea colorista, che scende lungo l'Adriatico, Lorenzo Lotto non è solo uno dei più grandi interpreti ma è anche colui che ha saputo rivoluzionare i codici del ritratto e per tale motivo la presente mostra vuole focalizzare l'attenzione sull'interpretazione psicologica e formale del volto, dalle espressioni comuni alle tensioni umane più profonde.

Per informazioni:
www.mariovespasiani.it
www.mariovespasiani.com






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16.4.12

Le nove porte celesti Mario Vespasiani - Mostra d'arte


Dal 31 Marzo presso la chiesa di Sant'Andrea di Gualtieri è in corso la mostra Le nove porte celesti, di cui avevamo già parlato in un precedente post, un progetto realizzato da Mario Vespasiani (1978) appositamente per lo spazio sacro, il quale se da un lato pretende (da sempre) dagli artisti un confronto con la dimensione spirituale, prima che con la propria creatività, dall'altro si può dire che pretenda un certo grado di abbandono alle suggestioni che la fede (qualunque fede) richiede. Tale confronto impone dunque, precise scelte simboliche (riferite ai contenuti) ed estetiche (riferite alle forme). Nel caso attuale di Vespasiani si può dire che forma e simbolo coincidono pienamente. L’artista marchigiano, infatti, ha composto nove opere di formato verticale che, come porte, spingono l’osservatore ad attraversare metaforicamente la superficie e a perdersi in quelle nubi che, a loro volta, appaiono negli spiragli dei fondali delle grandi pale barocche presenti nelle cappelle laterali. Al centro dell’installazione, Vespasiani ha inserito una ciotola di terracotta nera dalla quale si solleva una colonna di fumo d’incenso liturgico proveniente dal Santuario di Loreto. Non si tratta di una leziosità scenografica, ma della volontà di stringere più saldamente, sebbene in modo impalpabile, il legame tra l’insieme dell’opera artistica e la dimensione spirituale che la ispira per l’importanza dell’incenso nella liturgia, usato fin da epoche antichissime, nelle religioni orientali, come offerta alle divinità. In questo modo Vespasiani aggiunge alle nove porte pittoriche un elemento aereo, effimero eppure ben visibile e percepibile persino olfattivamente; un velo che, sollevandosi verso l’alto, trascina con sé lo sguardo e i sentimenti dell’osservatore. Per Vespasiani, mostrare l’assenza di “forme” in un contesto così ricco di capolavori della fede è come una liberazione dell’intelletto dalle vicende quotidiane per trasformarlo in un “occhio di fuoco” capace di sperimentare una sorta di ascesi. Le nove porte, collocate in circolo all’interno dell’architettura sacra, diventano cifre espressive di una superiore realtà in cui i colori, le luci e i bagliori richiamano i misteri di un oltre che supera le terrestri condizioni di tempo e di spazio. Le opere si riferiscono ad un canale invisibile tra cielo e terra, in altre parole al dialogo tra la componente razionale e quella spirituale: un’esperienza intima con la divinità di cui ogni uomo può esserne testimone. Ricollegandosi alle componenti visionarie della pittura romantica e a sperimentazioni che non mirano a rappresentare la realtà oggettiva bensì a riflettere un mondo interiore, le tempeste che si dissolvono in luci improvvise e le fiamme che si perdono tra le nuvole sembrano caricarsi di un carattere profetico.

Mario Vespasiani
Le nove porte celesti
a cura di Giordano Berti
Chiesa di Sant'Andrea – Gualtieri (RE)
Periodo: 31 Marzo – 30 Aprile 2012
Orari: 10.00 – 12,30 e 15,00 – 18,30 Sabato, Domenica e festivi

Per informazioni:
www.mariovespasiani.com






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21.3.12

Mario Vespasiani mostra evento - Le nove porte celesti



Mario Vespasiani - Le nove porte celesti 

"Affezionarsi alla via retta, perché c'è un errore se c'è deviazione, vegliare che la corda sia tesa, perché altrimenti avanzerà la paura. Non temere né il caldo torrido che dilata né il freddo acuto che insterilisce, camminare tra le siepi di rovi e di spine, aprirsi un passaggio a fianco della pena, arrivare davanti a un muro di granito, penetrarlo e non controllarsi nel fare. Dimenticare chi si è. Abbandonarsi senza pregiudizi all'attrazione che aderisce all'oggetto del desiderio, essere notte a se stessi, per ricevere in tutta la sua novità, la luce. (MV)"

Le Nove Porte celesti è un progetto realizzato da Mario Vespasiani (1978) appositamente per la chiesa di Sant’Andrea di Gualtieri: un’edificio ancora consacrato al culto e, perciò, denso di suggestioni religiose vive e pulsanti. Va detto che lo spazio sacro, da sempre, pretende dall’artista un confronto con la dimensione spirituale, prima che con la propria creatività. Anzi, si può dire che qualunque luogo dello spirito pretenda un certo grado di abbandono alle suggestioni che la fede (qualunque fede) richiede. Il confronto con lo spazio sacro impone, dunque, precise scelte simboliche (riferite ai contenuti) ed estetiche (riferite alle forme). Nel caso attuale di Vespasiani si può dire che forma e simbolo coincidono pienamente. L’artista marchigiano, infatti, ha composto nove opere di formato verticale che, come porte, spingono l’osservatore ad attraversare metaforicamente la superficie e a perdersi in quelle nubi che, a loro volta, appaiono negli spiragli dei fondali delle grandi pale barocche presenti nelle cappelle della chiesa di Sant’Andrea. Al centro dell’installazione, Vespasiani ha inserito una ciotola di terracotta nera dalla quale si solleva una colonna di fumo d’incenso liturgico proveniente dal Santuario di Loreto. Non si tratta di una leziosità scenografica, ma della volontà di stringere più saldamente, sebbene in modo impalpabile, il legame tra l’insieme dell’opera artistica e la dimensione spirituale che la ispira per l’importanza dell’incenso nella liturgia, usato fin da epoche antichissime, nelle religioni orientali, come offerta alle divinità. In questo modo Vespasiani aggiunge alle nove porte pittoriche una decima porta realizzata con un elemento aereo, effimero eppure ben visibile e percepibile persino olfattivamente; un velo che, sollevandosi verso l’alto, trascina con sé lo sguardo e i sentimenti dell’osservatore. Per Vespasiani, mostrare l’assenza di “forme” in un contesto così ricco di capolavori della fede è come una liberazione dell’intelletto dalle vicende quotidiane per trasformarlo in un “occhio di fuoco” capace di sperimentare una sorta di ascesi. Le nove porte, collocate in circolo all’interno dell’architettura sacra, diventano cifre espressive di una superiore realtà invisibile in cui i colori, le luci e i bagliori richiamano i misteri di un oltre che supera le terrestri condizioni di tempo e di spazio. Le opere si riferiscono ad un canale invisibile tra cielo e terra, in altre parole al dialogo tra la componente razionale e quella spirituale: un’esperienza intima con la divinità di cui ogni uomo può esserne testimone. Ricollegandosi alle componenti visionarie della pittura romantica e a sperimentazioni che non mirano a rappresentare la realtà oggettiva bensì a riflettere un mondo interiore, questa mostra non affronta il concreto rapporto con la società, ma subordina la comunicazione alla conoscenza del simbolo in quanto strumento per comunicare significati inesprimibili a parole. Come per gli altri dipinti, anche questa nuova serie Vespasiani non tende a specificare, quanto ad ispirare. Il titolo dato al tema, e non alle singole opere, mira a guidare l’osservatore attraverso sentieri eterei che portano alle soglie dell’infinito. Là, di fronte a quelle porte, la realtà materiale sfuma, si dissolve, si stempera progressivamente verso il Centro che dà senso alla realtà, essendone la fonte. Queste “nove porte celesti” dipinte da Vespasiani sono un invito a tentare di svelare la realtà “seconda” che si nasconde dietro la realtà esteriore, ad immergersi nel punto in cui l’immagine scompare e lascia spazio ad abbinamenti cromatici che richiamano fenomeni naturali e soprannaturali, insomma, un avvicinarsi al mistero profondo della vita. La scelta di presentare nove tele è legata all’aspetto simbolico del numero, che rappresenta tanto la creatività umana quanto l’amore divino; nove, com’è noto, è il numero delle Muse, dei mesi di gestazione, dei cori angelici, delle sfere celesti. La chiave di lettura di questo ciclo sta dunque nel desiderio del singolo osservatore di astrarsi dalla realtà contingente per avvicinarsi alla dimora nello spirito ed arrivare a contemplare le immagini non come un godimento estetico chiuso, ma come una grazia, dove un corpo diventa continuità spirituale di un altro corpo. L’autore richiede quindi una visione vigile, per cogliere il simbolo nella sua densità trasparente, per ricevere una rivelazione da decifrare in maniera creativa, verso per trovare una traccia della singola esistenza personale, allo stesso modo in cui la Vera Luce è una sorgente esterna ed interna a noi, costituendo il substrato essenziale della nostra immagine interiore che dialoga con un altro sguardo. Come la persona è un segreto che si rivela senza mai cessare di essere un segreto, queste opere disgelano, nella loro freschezza originaria, parte dell’energia cosmica: ritmi del respiro che dalle profondità spingono verso cieli più alti. Il procedimento di comprensione richiesto dalle opere di Vespasiani è di una meditazione che mira ad allontanare ogni pensiero, a fare il vuoto attorno a sé per unire il proprio pensiero passivo alla dimensione superiore che “Le Nove Porte celesti” vogliono evocare. (GB)

Mario Vespasiani 
Le nove porte celesti
A cura di: Giordano Berti Chiesa di Sant'Andrea – Gualtieri
Inaugurazione: Sabato 31 marzo 2012 ore 17,00
Luogo: Chiesa di Sant'Andrea – Piazza Cavallotti - Gualtieri (RE)
Periodo: 31 Marzo – 30 Aprile 2012
Orari: 10.00 – 12,30 e 15,00 – 18,30 Sabato, Domenica e festivi
Catalogo: Artsinergy

Per informazioni:
www.mariovespasiani.com

Segnaliamo inoltre l'intervista dell'artista con Valentina Giannicchi per Archilady uscita il 31 marzo, in occasione della mostra personale:
http://valentinagiannicchi.wordpress.com/2012/03/30/intervista-allartista-mario-vespasiani/



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25.1.12

Artista Mario Vespasiani: sognatore visionario...


Intervista di Cecilia Ci all'artista Mario Vespasiani per il Resto del Carlino del 4 gennaio 2012

- Sei un giovane artista che ha molte cose da raccontare ma sei anche un pittore affermato che ha lasciato il segno nel panorama dell’arte contemporanea. Tu come ti senti?
Fortunato: per aver trovato le condizioni necessarie per dedicarmi a questo lavoro. Felice: di impegnarmi ogni giorno. Innamorato: nel corrispondere a questa passione. Curioso: di voler sperimentare altri punti vista. Coraggioso: per spingermi oltre i territori conquistati e purtroppo ansioso perché volendo arrivare a fare di tutto a volte ne vengo sopraffatto.

- Qual'è la poetica che sottende e sostiene l'espressione creativa?
A prima vista le tematiche sono state molteplici, ma vanno considerate come parti di un solo grande cosmo, che prende forma passo dopo passo. Magari può essere utile inquadrare la direzione della mia ricerca estetica e di significato in alcuni capisaldi, che derivano dal colore della pittura veneta da Lotto a Tiepolo, nei temi dei romantici del nord da Friedrich a Turner, nell'istinto degli espressionisti astratti da Rotkho a Mitchell, ma anche nella poesia di Leopardi e in Licini, passando per le favole ascoltate da bambino, alle storie dei santi e dei grandi esploratori.

- Quali sono i temi del tuo racconto artistico?
Ho trattato in questi anni gli stessi temi affrontati dagli artisti nel corso del tempo: il ritratto, la natura morta, il soggetto sacro, il paesaggio e gli animali, semplicemente perché ho intuito fin da subito che per essere in grado di esprimere il mio universo dovevo conoscere i codici basilari. Ho iniziato a dare vita al mio mondo sperimentando ma anche studiando il passato, muovendomi tra immaginazione e tradizione. Sono convinto che questo modo di procedere alla lunga mi permetterà di sviluppare quella libertà artistica capace di spaziare non solo all'interno del mezzo pittorico ma anche in altre discipline. Si può liquidare un'eredità del passato solo se la si possiede, ma se uno non inventa e non studia e pensa solo ai concettualismi e alle strategie riuscirà mai a trasmettere qualcosa di duraturo? Tutta la mia ricerca andrebbe letta come una filosofia della luce, come un tentativo di purificare il presente, dove le ombre si dissolvono e le immagini sembrano luminose anche negli angoli più scuri. Cerco di spogliare la forma, che sia particolare o universale, di tutto il superfluo e farla fluttuare in quella (quarta) dimensione sospesa nel tempo e nello spazio, dove il fondo si perde nel primo piano e i contorni della figura diventano impalpabili. Inseguo la Verità fissando su tela delle apparizioni, frutto di concentrazione e silenzi, tra sogno, poesia e intuito.

- I temi dei tuoi lavori dal figurativo passando attraverso il racconto di bambini e donne al tema dei fiori, qualcosa che privilegi?
Confermo che il mio lavoro dovrebbe essere guardato nell'insieme: dove volti, fiori e animali fanno parte di un unico spettacolo animato da una tensione verso il sublime, il meraviglioso, l'infinito. Vorrei che venisse fuori la mia attenzione per le piccole cose come per i più impressionanti fenomeni umani e naturali. Mi interessano le emozioni fondamentali, quelle che dal profondo scaturiscono sul nostro volto o di fronte un evento della natura. Amo quello che trabocca dal nostro quotidiano, lacrime, generosità, energia, speranza, purezza.

-Una recente mostra ha visto i tuoi lavori insieme a quelli di Osvaldo Licini. Che cosa ti accomuna al grande maestro di Monte Vidon Corrado, che cosa significa per te questa “vicinanza“?
In breve posso dirti che ho deciso di mostrare i miei lavori accanto a quelli di Licini perchè è stato un artista che ha vissuto i miei luoghi cogliendone quell'idea di leggerezza e misticismo che sento anch'io, e che affiora in molta di quella pittura nordica che amo. Nelle sue opere, come fossero composizioni poetiche individuai un autore che avrebbe potuto indicarmi altre strade, magari solitarie ma da percorrere con un rinnovato stupore e passione, fatte di sagome evanescenti che si muovono in una dimensione cosmica.

- Se non sbaglio hai dialogato anche con Mario Schifano, cosa ti spinge a “confrontarti con artisti così lontani” o, sono solo lontani nel tempo?
L'arte è sempre contemporanea. Pensa che nella prossima mostra del progetto “quarta dimensione” dialogherò con un artista lontano molti secoli, perché non è il tempo ma il linguaggio a rendere attuale un autore, poi sarà la mostra a dire se sono stato capace di dimostrare la mia tesi. Nell'evento con Schifano ho voluto sottolineare come entrambi esprimiamo un'indole da puma di cui non si sospetta lo scatto fulmineo, la vitalità e la capacità di far affiorare spontaneamente forme essenziali e sfuggenti, come se uno le stesse vedendo immerse in uno specchio d'acqua. In quel momento volevo sottolineare l'eccesso: di colore, di energia, di stimoli ma anche di spontaneità e coraggio nel presentare la propria vita così com'è. Che consuma come un fuoco che brucia e illumina.
Pittura e fotografia, come dialogano fra loro i tuoi linguaggi e come ti rapporto con essi singolarmente. Si completano a vicenda anche se si occupano di aspetti differenti del fare artistico. La foto precede la pittura e si dedica al primo approccio col soggetto: è meccanica, veloce e decisa, per questo molto maschile. La pittura invece è sexy, morbida, suadente e imprevedibile, come una donna la devi saper conquistare ma senza trattenere, lasciandola andare più che tentare di controllarla. Le due tecniche si sfiorano sempre, senza mai toccarsi e in questa distanza minima avviene la scintilla che dona a ciascuna la forza di richiamare qualcosa dell'altra.

- Quale percorso hai fatto per arrivare ad essere un artista?
Quello che porta da casa a studio, da A a B. Ma non è tanto un percorso quanto un allenamento, perché ci vuole il fisico per fare l'artista, per cavalcare le onde che spingono in alto e resistere a quelle che ti portano verso l'abisso, per contrastare quelle che ti conducono dove va la corrente e per affidarsi a quelle piatte del mare aperto.

- Vivi nell’entroterra marchigiano, cosa ti tiene legato ad un piccolo paese quando la vita dell’arte i sentieri dell’arte portano altrove, in grandi città ecc...
Vivo dove voglio vivere, dove il cielo gioca a fare l'arcobaleno e la luna sembra gocciolare nell'Adriatico. Se uno ha talento le persone se ne accorgono e allora viaggiano le opere, io penso solo ad essere in sintonia col battito del mondo. Non credo nella carriera, nel curriculum, nelle aste, specie dopo quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni, con i crolli di molti sistemi produttivi e strategici. Poi se tutte le persone con le idee e voglia di fare abbandonano i piccoli luoghi, avanza il deserto. Creo per quel ragazzino che guarda i miei dipinti e gli viene voglia di spingersi ad inventare qualcosa di testa sua, per quei passanti che restano colpiti nel trovare un posto del genere in un paesino, per gli abitanti sorpresi di ogni nuova produzione. Voglio tenere le luci accese anche se so che non passerà nessuno a trovarmi.

- A cosa pensi quando lavori?
Non penso a nulla in particolare ma cerco di cogliere l'essenziale.

- E dove lavori, nel senso dello spazio, come è strutturato, è vero che il tuo studio è perfettamente ordinato? Allora cerchi di sfatare il mito del genio disordinato?
Lo studio di Ripatransone è un luogo fantastico perché ha una grande atmosfera. Nonostante abbia travi del '600 e tre archi gotici a mattoni sembra un loft di città, inoltre è situato lungo il corso principale ma si affaccia sul mare, rivolto ad oriente. Immagina che, durante l'equinozio di settembre un raggio di sole lo attraversa in tutta la sua lunghezza e così aprendo la porta sembra di entrare in uno spazio mistico, che risplende di una luce abbagliante.

- Avere ordine attorno a sé nello spazio significa avere ordine mentale?
Così come bisogna stare lontani da quelli che hanno una vita disordinata. Dovremmo fare del tutto per conservarci puri ed integri, facendo attenzione a come si vive e a cosa si trasmette. La pace del mio laboratorio e l'ordine dovrebbero essere espressione del mio fare, vorrei riuscire ad comunicare il bene che ci circonda, con tutta l'umiltà possibile, ma anche con la determinazione di chi vuole e agisce. Spero che lo studio possa essere l'estensione delle opere, fatte di poche cose ma rigorose. Ed io faccio il possibile per essere disponibile e per dare un esempio positivo.

- Dove sta andando Mario Vespasiani?
Sta cercando la bellezza nascosta e durevole, mentre si sforza di avere un animo equilibrato e sereno, di essere attento e gentile. Ascolta la voce interiore e punta le antenne in ogni direzione. Ha capito che guardando solo il marcio e la decadenza come fanno molti dei suoi colleghi, non lo aiuta a capire come orientarsi. Crede invece che per catturare l'attimo in cui si manifesta la visione bisogna uscire dal flusso esterno per non esserne distratto, sapendo di avere la responsabilità di trasmettere con la propria intuizione un ritmo proprio.

- “EcCitazione ConTemporanea” è il titolo di un’opera e anche quello di un ciclo? Dove i riferimenti sono ad opere classiche e cosa racchiude il doppio senso di queste parole?
Questo è stato forse l'unico titolo che non ho scelto io, la felice idea venne nel 1999 a Gianluca Marziani quando vide queste opere che proponevano una pittura barocca dentro la carica energetica di un presente super-colorato. Volevo interpretare alcuni capolavori che ho sempre ammirato, aggiungendo quel tocco personale, che in alcuni casi ha portato quasi a rendere irriconoscibile la fonte iconografica. Quindi Citazione stilistica insieme ad Eccitazione cromatica e attualità del Contemporaneo con opere che sono senza Tempo.

- I tuoi “cieli vuoti” nonostante il colore, fanno pensare a un pianeta dove gioia e dolore convivono. E' così?
La mostra presentava opere dello stesso formato quadrato disposte di fianco all'altra, a creare nello spazio della galleria una sorta di anello di Saturno al cui centro lo spettatore non doveva vedere le opere seguendo un percorso progressivo, ma attraverso una rotazione su se stesso, come fosse un sole, che col suo sguardo illumina ogni singola tela. Il titolo del ciclo di opere deriva dal fatto che il soggetto rappresentato è il pianeta terra osservato da un'occhio esterno, appare come una sfera sospesa nel blu oppure più riconoscibile nei vari continenti. Nelle opere sospese tra figurazione e astrazione non si percepisce mai la presenza dell'uomo o dei suoi confini tracciati per delimitare stati, come se fosse parte integrante di questo spettacolo quale è il nostro mondo. I cieli vuoti stanno a significare quel punto di vista esterno, che sia esso spettatore, artista o Divinità, volevo condurre alla ricerca di qualcosa la cui presenza si avverte anche se non si vede. Alla fine è un messaggio di speranza verso una direzione che oltrepassa le barriere ideologiche e geografiche: volevo mostrare una terra rigogliosa come un campo di fiori che non smette di essere in trasformazione, che si colora delle luci del giorno e che risplende ai fuochi notturni, una terra in cui i cieli sono vuoti solo se si smette di osservarli, solo se il vivere quotidiano non è più in grado di comunicare col nostro desiderio di infinito.

- La “quarta dimensione” fa pensare ad una dimensione a noi sconosciuta laddove la vita risiede nello spirito piuttosto che nella fisicità. Ti riconosci in questa descrizione ?
Le cose dello spirito hanno una misura che non è di questo mondo e per tale motivo quando mi dedico ai ritratti non cerco di collocare l'individuo in una realtà presente, ma nella dimensione atemporale dell'eternità. Vorrei che gli sguardi e le espressioni potessero richiamare tutta l'energia vitale del soggetto, sperando di restituire l'essenza di quell'emozione che ho avuto standogli di fronte. A mio avviso esistono molte più dimensione rispetto a quelle in cui siamo soliti vivere e quello che intendo come quarta dimensione più che un fatto di spazio e tempo credo sia un tipo di coscienza, una consapevolezza di complessità maggiori e solo vivendo pienamente possiamo raggiungerla; è un discorso lungo, che si arricchisce ad ogni mostra.

- Dal figurativo passando attraverso il racconto di bambini e donne al tema dei fiori.
Riguardo il genere figurativo, specie quando si parla di nature morte e temi floreali, si potrebbe richiamare l'idea di una sorta di decorazione, ma quando dipingo fiori mi concentro essenzialmente sul carattere simbolico che spinge oltre la semplice impronta estetica. Lo studio delle loro forme l'ho sempre inteso come un mezzo per avvicinarmi ai misteri ultimi, in quel loro ciclo incessante di morte e risurrezione. Stesso discorso riguardo l'esperienza fatta coi bambini, essa non mi permette altro che di mantenere uno sguardo limpido, per scorgere nei loro atteggiamenti, in quanto depositari della spontaneità della natura, quella purezza e quella vitalità provenienti da direttamente da Dio.

- Quale è la tua storia di bambino e poi di giovane che si affaccia al mondo dell’arte?
La stessa storia di quei visionari che passano ogni giorno a sognare e ad allenarsi, certi di avere missioni importanti da compiere. Ma anche uno che si emoziona guardando il cielo stellato, a cui è stato insegnato un codice e che ogni giorno deve fare uno sforzo enorme per rispettarlo e per aggiornarlo. Un ragazzo sempre più in grado di mantenere la parola data, ma totalmente incapace di prendere scorciatoie e quindi obbligato ad alimentare quel sacro fuoco, fatto di fiducia nella provvidenza e nella pratica quotidiana della pittura.

- In cosa crede Mario Vespasiani?
Credo che l'arte, come la santità sia una vocazione umana, una missione che si accetta e un sacrificio nel quale si è chiamati a rifiutare ciò che è accessorio a vantaggio dell'essenziale, credo in quel vuoto che bisogna fare intorno a sé per raggiungere l'unità dell'opera, in un procedimento simile alla preghiera. Annullando se stessi l'universale agisce da solo, gratuitamente e ci si meraviglia di quello che viene alla luce perché si sperimenta che la novità dell'essere è eterna e la fonte è inesauribile. Pittura e santità, pensa come sono fuori moda. Il fatto è che non mi sono mai preoccupato del gusto del pubblico né delle tendenze critiche, quanto di fare un'arte che provi ad innalzare la società anche di un solo gradino, magari rischiando di essere difficile nello stimolare qualche tensione emotiva, ma evitando sempre con cura di veicolare quella noia che io stesso provo nelle fiere specifiche, dove mi sembra di cogliere un comune procedere artistico tra il cattivo gusto e l'insensato.

- Quali sono per te le cose più importanti?
E' importante che io sia una persona sincera che abbia una corrispondenza tra le parole pronunciate e le azioni (i dipinti) quotidiane. Mi piace chi sa trasmettere calore e condivisione, chi ha gli occhi luminosi, chi si esprime con naturalezza, chi espande il suo carattere. Chi non si risparmia, chi gioisce delle cose fatte con amore, le donne che emanano femminilità e gli uomini che sanno ciò che vogliono. Mi piace l'albero che svetta sulla roccia incurante delle intemperie, la cultura dell'impegno, il pioniere che cerca nuovi territori, il fuoriclasse che trova il capolavoro nel fallimento, il gatto che vede nel buio, la cura con cui una madre prepara i pasti, il ritorno delle rondini, il cuore di Mara.

- Dove va l’arte oggi?
Per l'alto mare aperto. Nel senso che se nel '900 l'arte ha navigato a vista lungo la costa della storia, negli ultimi trent'anni specie in Italia si è avuta una generazione che non è riuscita a proporre chiavi di lettura adeguate del suo tempo, troppo impegnata a occuparsi di ideologie o di capitalismo, a consumare immagini o a decontestualizzare rifiuti. A noi spetta dunque ripartire dalle intuizione di quelli che sarebbero stati i nostri nonni e al tempo stesso riscoprire l'entusiasmo di guardare le cose con attenzione, per cercare un coinvolgimento locale e planetario. Dobbiamo ricordare che l'arte è sempre un pensiero che precede la bellezza e nella navigazione che ci attende dovremo necessariamente cambiare il punto di vista sulle cose e attivare altri sensi. Raccontare il presente senza essere didascalici, cogliere l'infinito nei nostri limiti ed irradiare vitalità, per dare luce a quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte.

Quale domanda avresti voluto sentirti fare e non ti ho fatto?
Questa appunto. Nessuna domanda o risposta. Solo silenzio per far parlare l'opera.

Per informazioni: 
www.mariovespasiani.com



Post realizzato da myArtistic Blog Design
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17.10.11

Mostra Arte Cuneo Mario Vespasiani: “l’amore va oltre la crisi”

opera di Mario Vespasiani, tecnica mista su carta, cm 42x29,5, 2011

Sabato 8 ottobre 2011, alle 17,00 nel Salone d’Onore del seicentesco Castello dei Busca di Mango (Cuneo), è stata inaugurata la mostra “Eros e tartufi. Verità nascoste, messe in evidenza”. Un evento storico-artistico di grande spessore dedicato al cosiddetto “fungo di Afrodite”, vale a dire il tartufo. L’esposizione resterà aperta fino al 18 novembre, in concomitanza con la Fiera Internazionale del Tartufo bianco d’Alba. La mostra in effetti, è un evento inserito nel programma ufficiale della manifestazione ed è stato ideato proprio per essere in sintonia con lo slogan del 2011: “l’amore va oltre la crisi”. Il progetto scientifico è di Giordano Berti, storico dell’arte e noto scrittore, mentre l’allestimento è a cura dell’interior design Letizia Rivetti. Gli artisti coinvolti sono nomi ben noti nel panorama artistico nazionale e, in qualche caso, internazionale: Dino Aloi, Atanas Atanassov, Massimo Berruti, Maria Cecilia Bossi, Giacomo Cascioli, Lido Contemori, Maurizio Di Feo, Michael Gage, Fiorenzo Isaia, Ugo Marantonio, Giancarlo Montuschi, Letizia Rivetti, Gabriella Rosso, Mauro Rosso, Luigi Scapini, Paolo Spinoglio, Elisabetta Trevisan, Giorgio Turolla, Mario Vespasiani, Mario Zanoni. In alcuni casi, gli artisti hanno prodotto esplicitamente per questa occasione, in altri casi le opere esposte provengono da collezioni private, essendo i loro autori deceduti in tempi più o meno recenti o nel caso in cui le loro opere siano state reperite sul mercato. «Ciascun artista – sottolinea il curatore scientifico, Giordano Berti – ha interpretato in modo originale il tema del rapporto fra tartufi e seduzione dando vita ad opere di grande forza suggestiva che si caratterizzano per un contenuto sottilmente erotico, capace di evocare le mitiche proprietà afrodisiache del tartufo; le stesse proprietà sottolineate, lungo il percorso espositivo, da curiose ricette a base di tartufo tratte da antichi libri». La mostra è introdotta da curiosi documenti storici che testimoniano le credenze sul potere afrodisiaco dei tartufi. Questa sezione contiene ritratti di famosi personaggi che hanno raccontato dei poteri afrodisiaci del tartufo (Teofrasto, Galeno, Platina, Pietro Aretino e così via), accompagnati da citazioni delle loro opere. Tra le numerose citazioni letterarie raccolte da Berti, vale la pena riportare quella dell’umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che nel 1474 pubblicò a Roma il libro De honesta voluptate et valetudine. Sosteneva il Platina che il tartufo: «…è un eccitante della lussuria, perciò è servito frequentemente nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere. Se questo viene fatto al fine di procreare, è cosa lodevole. Se invece si fa a scopo di libidine (come sono soliti fare parecchi oziosi ed intemperanti) è cosa quanto mai detestabile». Molto più sinteticamente, il cuoco bolognese Baldassare Pisanelli, nel suo Trattato della natura de’ cibi e del bere, edito per la prima volta a Roma nel 1583, scriveva dei giovamenti erotici portati dai tartufi: «Sono delicati al gusto, aumentano le sperma, e l’appetito del coito…». Anche se nel Rinascimento non esisteva la prova scientifica degli effetti afrodisiaci dei tartufi, queste idee, secondo Berti, sono rimaste sostanzialmente inalterate nei secoli successivi. Solo agl’inizi dell’Ottocento qualcuno deviò leggermente dalle credenze tradizionali. Tra costoro, il politico e gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin, nel suo celebre Physiologie du goût (1825), dopo una lunga disquisizione sulle sue personali esperienze affermava: «Il tartufo non è per certo un vero afrodisiaco, ma esso può, in talune occasioni, rendere le donne più arrendevoli e gli uomini più desiderosi di piacere». La sezione storica propone anche due acqueforti settecentesche originai che attestano l’antichità delle credenze nelle qualità afrodisiache dei tartufi: La raccolta del tartufo (1731) di Martin Tyroff, e Il fulmine di Giove (1733) di Bernard Picart. Questa parte del percorso si conclude con alcune riviste d’inizio Novecento che utilizzano il mito del tartufo afrodisiaco per deridere i tombeur des femmes. Spicca fra tutte una litografia di Max Schwarzer, intitolata Das Trueffelschwain (il maiale da tartufi), apparsa nel 1920 su Simplizissimus, rivista satirica tedesca fatta poi chiudere dal Partito Nazionalsocialista. L’allestimento, curato dall’ArtStudioLetizia, contiene varie sorprese scenografiche: installazioni video, scenografie d’epoca, strutture luminescenti, e così via. L’esposizione è organizzata dall’Accademia Aleramica di Alba, in collaborazione con l’Enoteca Regionale “Colline del Moscato” e dell’Ente Fiera del Tartufo bianco d’Alba, con i contributi del Comune di Mango e della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

Per informazioni:
www.mariovespasiani.com



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